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Andrea Maida, ovvero... lo Speedway in Italia!

In Offroad - Speedway
di Edoardo Licciardello, 27 gennaio 2011

Andrea Maida, ovvero... lo Speedway in Italia!

C’è una teoria che parla dei famosi sei gradi di separazione. Sostiene che tutti gli esseri umani sono separati al massimo da sei passaggi, ovvero che, ben prima dell’avvento di Internet, tutti conoscano tutti i sei miliardi e passa che siamo su questo pianeta attraverso l’interposizione massima di cinque persone. La stessa teoria è stata rivista pesantemente da quando è arrivato Internet, riducendo gli intermediari. Che adesso, ai tempi dei Social Network, probabilmente sono al massimo uno o due. Capita così, attraverso i Facebook o i Twitter, di riuscire a conoscere persone i cui nomi uno leggeva sulle riviste specializzate da ragazzino. E scoprire che si tratta di persone come le altre, magari solo un po’ più determinate, o magari fortunate. Ma appassionate esattamente come noi.

Andrea Maida non sarà un nome che dice moltissimo a tanti patiti di moto, ma il sottoscritto se lo ricorda bene, nei trafiletti di Motosprint che parlavano di Speedway. E per emergere nello Speedway – parliamo di un 5 volte campione italiano Open individuale, solo per citare il titolo più prestigioso, il palmarés completo lo trovate in fondo all’articolo – la fortuna serve a poco. E’ molto più importante la determinazione, che sicuramente ad Andrea non è mancata. Viene però un momento in cui anche le avventure più belle hanno una fine. E proprio da quella cominciamo: Andrea, perché il ritiro? “Sono sulle piste ormai da 25 anni. Non sarei stanco, a dire la verità, il problema è che mancano gli sponsor, e senza quelli non si corre. O meglio, non si corre al livello a cui voglio e sento di poter correre io…”

Sembrerebbe una dichiarazione venata di rimpianto, ma Andrea è comunque molto sereno. “Ho avuto comunque una gran bella carriera, in cui ho vinto molto. Pensa che ho sempre corso da dilettante, non da professionista, e nonostante questo ho ottenuto comunque grandi risultati. E poi, la soddisfazione di battere i professionisti è impagabile. Da operaio, che si può allenare poco o niente, arrivare il sabato e la domenica e suonare i professionisti che corrono quattro giorni su sette… beh, non ha prezzo.”

La tua gara più bella? “Tante, ad iniziare dalle quattro volte che sono riuscito a qualificarmi nella finale del mondiale individuale. Nonostante lavorassi e corressi solo la domenica, come dicevo, sono arrivato in finale dopo gli scontri ad eliminazione diretta in cui si passava al turno successivo in sette su sedici. Di trecento iniziali siamo rimasti in sedici, capirai che non è poco! Poi, certo, i Golden Gala 1998 e 2001, dove mi sono trovato a correre con i migliori del mondo…”

Ma come ha iniziato Andrea? “Beh, fin da piccolo mi sono scoperto molto predisposto allo sport – ho iniziato dal pattinaggio, in cui ho vinto diversi provinciali e regionali, poi sono passato al karate, e sono finito terzo agli italiani. Poi, nel 1973, a nove anni, mi è sbocciato l’amore per lo Speedway. Avevo una pista vicina a casa, dove si correvano anche gli Internazionali d’Italia, e dopo un contatto casuale sono rimasto agganciato. Sarà stato il rischio, l’abbigliamento dei piloti, che a un bimbo sembravano astronauti, l’odore dell’alcol che si usa al posto della benzina, non so – fatto sta che, da allora, appena avevo cinque minuti, correvo in pista e rompevo le scatole a piloti e meccanici, chiedendo ogni tipo di informazione, e poi, col tempo, dandogli una mano nel lavoro sulle moto. E così ho iniziato a conoscere un po’ tutti, e a farmi conoscere. Non appena ho avuto 18 anni, età minima per correre, anche se i miei non ne volevano sapere, ho venduto lo stereo e un po’ di altre cose per raccogliere un po’ di soldi. Alla fine, ho chiesto anche un prestito a mio cugino e mi sono preso la prima moto, una Jawa 500. Il resto, come si suol dire, è storia (che potete approfondire sul suo sito, www.andrea-maida.com”

Andrea, tu che hai vissuto lo sport da dentro, cosa manca allo Speedway per fare il salto di qualità? “Facile: le piste. In Italia ne abbiamo tre – hai capito bene, solo tre – e una scuola che possa far crescere i giovani che ci sono”. Infrastruttura, quindi. E soldi? Servono, ma non rovinano l’ambiente, che nello Speedway sembra ancora di quelli “veri”, dove il pilota conta tanto? “E’ vero, qui, dove gli sponsor sono pochi, è il pilota che fa la differenza. Ma non credere, se vuoi correre ad alto livello, come in tutti gli sport motoristici, devi essere un professionista, e per farlo servono i mezzi – dai, i soldi. E o ce li hai tu o te li deve dare uno sponsor, per cui…”


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